Noticias Le immagini disobbidienti

1 Mayo, 2015

Biennale 56. Un itinerario all’interno della Biennale in compagnia degli artisti latinoamericani. Dal Cile di Paz Errázuriz alle madri insorgenti di Argelia Bravo.

Le vene dell’America Latina si aprono facil­mente. O restano cica­trici ben evi­denti. E così, alcune tra le migliori pro­po­ste suda­me­ri­cane in arrivo alla Bien­nale d’arte di Vene­zia inciam­pano su quella stessa pie­tra, come dicono da que­ste parti. Si deve fare i conti col potere. Per que­sto si sente ripe­tere parole come «dis­si­denza», «pro­cessi cri­tici», «insubordinazione».

D’altra parte lo stesso Okwui Enwe­zor fa espli­cito rife­ri­mento alla rea­zione della Bien­nale 1974 dopo il colpo di stato in Cile. Il che dà onore e respon­sa­bi­lità prima di tutto a quel paese nello sbar­care in laguna. La cura­trice del padi­glione cileno, una teo­rica e cri­tica d’arte radi­cale come Nelly Richard, dice di sen­tirsi «par­ti­co­lar­mente emo­zio­nata». Rac­conta il golpe come qual­cosa che non solo «distrusse mate­rial­mente la isti­tu­zio­na­lità demo­cra­tica», con il bom­bar­da­mento del palazzo pre­si­den­ziale: «Sal­va­dor Allende aveva imma­gi­nato il popolo come sog­getto deli­be­rante e par­te­ci­pa­tivo», da qui «la vio­lenza stap­pata dall’anti-marxismo che castigò il sog­getto popo­lare come sim­bolo di una insor­genza della sto­ria». Quel castigo e la vio­lenza che ne seguì furono come «il nau­fra­gio uto­pico in cui tutto sem­brò crollare».

È per que­sto che i fatti del Cile man­ten­gono, a 40 anni di distanza, una tale potenza nar­ra­tiva anche per una Bien­nale d’arte. Nelly Richard porta a Vene­zia un pro­getto con due arti­ste dalla lunga tra­iet­to­ria for­giata dalle pra­ti­che e dalla «poe­tica della dis­si­denza» pro­pria di quella sta­gione di ter­rore mili­tare e libe­ri­sta. Lotty Rosen­feld (1943), arti­sta mul­ti­me­diale, famosa per le sue croci dis­se­mi­nate sulle strade come monito e ferite. E Paz Errá­zu­riz, classe 1944, stre­pi­tosa foto­grafa e car­to­grafa della subur­bia umana, dalle pro­sti­tute tra­ve­stite ai tran­ses­suali scan­da­losi e tri­sti come resi­stenza dei corpi alla «mac­china di ripro­du­zione sociale del potere», sot­to­li­nea la cura­trice.
Anche Arge­lia Bravo, vene­zue­lana, nata nel 1962, si è immersa a lungo nel mondo tran­sgen­der. Lo ha por­tato alla luce con i suoi pro­getti di comu­nità e nei luo­ghi non-convenzionali, per­ché «sog­get­ti­vità insu­bor­di­nate» capaci di sve­lare i codici del comando cul­tu­rale e poli­tico. «Credo nella forza che ha l’arte di tra­sfor­ma­zione sociale – dice – La sento come ‘tran­cha’, un sen­tiero che dob­biamo aprirci a forza in una vege­ta­zione infe­stata di erbacce».

A Vene­zia (pre­sente assieme al writing-artist Flix) por­terà una serie di video e una per­for­mance. Sì, me importa el bledo, così si inti­tola. Nor­mal­mente si usa dire «me importa un bledo», cioè non mi importa nulla. «Un’espressione colo­niale rima­sta nell’uso comune, che cerco di rove­sciare». Il bledo è una pianta tipica che in Vene­zuela i nativi chia­ma­vano «caraca», da qui il nome della capi­tale. Il disprezzo dei con­qui­sta­do­res l’ha tra­sfor­mata in uno scarto anche linguistico.

Nei suoi video, dif­fusi ovun­que nelle reti sociali, un irri­ve­rente e fan­ta­sma­tico «Comando Maria Moñi­tos» lan­cia un appello a semi­nare ter­rore cul­tu­rale. «Una guer­ri­glia d’arte», che prende il nome da una can­zone tra­di­zio­nale infan­tile. «María Moñi­tos mi ha invi­tato / a man­giare banane con riso – si can­tava ai bimbi — e sic­come non ho voluto quel cibo stop­poso / Maria Moñi­tos si è disgu­stata». Disob­be­dire, dun­que, è l’urgenza, ripete Arge­lia, figlia di un famoso capo-guerrigliero degli anni ’60, Dou­glas Bravo. Nei suoi lavori lei mette in scena sem­pre le radici intime e quelle sociali e un discorso post-coloniale scritto sui corpi. In una sua lunga inda­gine sul diritto al cibo di fronte allo stra­po­tere colo­niale di Nestlé, Monsanto&Co., Arge­lia raduna tre madri con neo­nati, pas­sa­mon­ta­gna in testa, le fa allat­tare davanti al pub­blico, men­tre can­tano una ninna nanna che risale a prima dell’indipendenza: su quella melo­dia fu scritto l’inno nazio­nale. Irri­ve­rente, denuda le matrici della vio­lenza in nome di «corpi non addomesticabili».

Lei parla di «indi­sci­plina». Le cilene di «dis­si­denza», senza temere di usare una parola che ha mar­cato il les­sico fino agli anni ’80, a Est e a Ovest, per­ché la decli­nano come «pos­si­bi­lità di fis­su­riz­zare l’architettura sim­bo­lica anche nell’ordine neo­li­be­rale», come ripete Nelly Richard. I mes­si­cani infine pre­fe­ri­scono par­lare di «pro­cessi cri­tici: per­ché non abbiamo più un nemico e dob­biamo essere mobili in tutti gli strati del potere», riflet­tono Tania Can­diani e Luis Felipe Ortega. «Tanto è l’impiastro di vio­lenza e di smar­ri­mento in cui viviamo che dob­biamo essere in grado di usare lenti e parole nuove».
Anche loro non pos­sono non fare i conti con il nefa­sto dell’eredità colo­niale, «che si rei­tera per­sino let­te­ral­mente». Quando arri­va­rono gli spa­gnoli, per schiac­ciare i nativi pro­sciu­ga­rono i laghi e le lagune dove c’erano le comu­nità locali. «Città del Mes­sico era anfi­bia come Vene­zia», dicono. Per costruire il nuovo aero­porto ora il governo pro­sciu­gherà l’ultimo dei sei laghi rima­sti, il Tex­coco. «Viene pub­bli­ciz­zato come il più moderno del mondo – rac­con­tano i due arti­sti – La moder­nità in Mes­sico è un amu­leto, che viene agi­tato come se doves­simo entrare sem­pre in un’epoca nuova. Senza accor­gerci di quanto sia obso­leta quella parola».

Il padi­glione all’Arsenale sarà invaso da una strut­tura in acciaio, come un cana­lone, che porta l’acqua della laguna fin den­tro a una vasca. Qui, sulla super­fi­cie dell’acqua, verrà pro­iet­tato un fil­mato. La strut­tura, lunga 18 metri e alta 3, segue il trac­ciato che il Mes­sico ha fatto a Vene­zia dal 2007 ad oggi, in ogni Bien­nale in un posto diverso, da Palazzo Van Axel a Palazzo Ivan­cich, dalla Chiesa di San Lorenzo alla Sala d’Armi dell’Arsenale. «Una mappa dove sono sovrap­po­sti segni e sto­rie nostre in dia­logo con que­sta città. Un dise­gno del potere: quello ari­sto­cra­tico, reli­gioso, mili­tare, poli­tico – spie­gano – Non è una meta­fora: è qual­cosa di mate­riale, tan­gi­bile, impresso sulle nostre vite».

Di quel mondo d’acqua, a Città del Mes­sico, è rima­sta non a caso una strut­tura monu­men­tale: è la Gar­ganta Abierta, un colos­sale canale metro­po­li­tano di scolo che attra­versa la città e si dirige verso il mare.